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Wine Consultant

Mineralità del vino e del suolo

Mineralità del vino e del suolo

Intervento alla conferenza: “Sapori e colori della sostenibilità in viti-vinicoltura. Mineralità del vino e del suolo: c’è un nesso?”
Faenza, 24 marzo 2017.

Se c’è un vocabolo che ultimamente impazza nel mondo del vino è il seguente: “mineralità”.
Pare che oramai questa sensazione minerale sia ovunque e sempre più spesso si sentono degustatori professionisti o pseudo tali e sommelier di ogni estrazione che utilizzano questo temine. Chiedendo spiegazioni, si sentirà parlare di roccia, gesso, argille e di una serie di argomentazioni che non fanno altro che dimostrare come, in realtà, nessuno sa bene cosa significhi.
Pare che il termine minerale sia utilizzato in modo, forse inappropriato, per descrivere un vino elegante, snello, affusolato e con una certa freschezza.
Cosa ancor più curiosa, tra i sostenitori della mineralità, è che c’è chi parteggia per i vini bianchi asserendo che solo in questa tipologia è possibile trovare odori minerali, mentre, c’è chi afferma che è presente solo nei rossi, causando altra confusione agli occhi del consumatore.
Se aggiungiamo che quelli che affermano, inoltre, che la mineralità si percepisce solo al naso e altri che dicono esclusivamente al palato verrà spontaneo pensare che sarà difficile trovare una soluzione al dibattito.
Questo termine appare facilmente sulle labbra del degustatore quando nel calice ha vini come i Riesling tedeschi, della Loira o vini del Trentino Alto Adige. Insomma, ovunque ci siano strati di roccia vulcanica, gesso, ardesia e rocce il minerale appare e poetizza. È mia opinione che quest’atteggiamento, di poetizzare il vino sia un pregio o difetto, scegliete voi, tutto italiano. La ridondanza nelle degustazioni, lo stile barocco nel descrivere un vino invece semplice e l’esagerazione dei termini fino a sfiorare l’abuso linguistico, fa parte più dello stile italiano che straniero. Ultimamente il termine minerale comincia a sentirsi anche tra gli appassionati europei che intendono con questo qualcosa dal sapore artigianale, qualcosa di antico e prezioso. Ci sono produttori italiani, prima di tutto, e qualcuno europeo che questo termine lo usa in un modo che fa pensare più a una spontanea operazione di marketing nata casualmente per dar vita a una rappresentazione del territorio attraverso note descrittive dedicate per soddisfare l’esigenza di differenziare le produzioni in base ai suoli di origine. Ci sono, infatti, enologi e produttori che sostengono la teoria della mineralità asserendo differenze nelle profumazioni in base ad esempio ai contenuti di ardesia o gesso nel suolo.
Nelle scuole del vino anglosassoni, invece, è un termine che per ora non si usa, anzi, spiegano bene ai loro allievi che non deve essere usato. D’altronde, la presenza di sostanze minerali nel vino sono in una percentuale così bassa che è difficile non pensare che poco centra con il temine in questione. Nelle degustazioni fatte da anglosassoni è davvero difficile trovare qualcuno che dice: “questo vino al naso è minerale…” ma è più facile trovare chi dice : “ questo vino al naso ha ricordi di pietra focaia…”. Sottile differenza.

Molti ricercatori in giro per il mondo di fronte al continuo presentarsi di questo termine hanno cominciato a fare sperimentazioni di diverso genere e soprattutto a porre la questione a panel test di degustatori professionisti alla fine facilmente condizionabili quando si chiede loro di trovare specifiche minerali. A oggi chi studia la materia afferma che non c’è molta relazione tra il termine minerale e il vino di là del terreno dove le radici affondano. Da esperimenti appare comunque che ci sia più tendenza a usare il termine mineralità da parte di degustatori appassionati laddove ci sono vini con alta acidità, con sentori di affumicato e con poche sensazioni fruttate. Quasi a dimostrare che si faccia cenno alla mineralità quando chi degusta non ha nulla da dire.