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La fortunosa storia del Centesimino, il Sauvignon rosso di Romagna

La fortunosa storia del Centesimino, il Sauvignon rosso di Romagna

Le storie dei vitigni che oggi beviamo con molta tranquillità spesso racchiudono momenti di vita umana di straordinario interesse. È il caso del vitigno denominato Centesimino. Questo vitigno è stato chiamato fino alla metà del Novecento Sauvignon rosso per le sue particolari caratteristiche aromatiche che un po’ riconducevano alla forza prorompente del Sauvignon blanc.

Pur non avendo nulla a che vedere né con quest’ultimo né col meno rinomato Sauvignon rouge francese, il Centesimino è sempre stato molto amato dai viticoltori romagnoli per le sue qualità organolettiche. Il passato racconta di come la ricostruzione dei vigneti dopo la fillossera vide protagonista un tal Pietro Pianori e il suo podere denominato “terbato”.
Fonti scritte e orali confermano che le ricostruzioni degli impianti effettuate attorno agli anni ’60 e ’70 nella zona di Oriolo, nel faentino, derivavano tutte dal possedimento di Pietro Pianori detto il Centesimino, che per primo ricostruì il proprio vigneto ottenendo le marze necessarie da una pianta di vite trovata all’interno del giardino di un palazzo del centro di Faenza che scampò alla filossera grazie alla protezione delle mura di cinta. 
Per quanto riguarda la “natura” del vitigno oggi, grazie agli esami effettuati sul dna, si può affermare con certezza che il Centesimino è un biotipo dell’“Alicante faentino” e quindi una varietà a sé stante e non riconducibile ad altri ceppi già riconosciuti.
Nel 1995 è nata l’Associazione Produttori Torre di Oriolo cui aderiscono produttori agricoli, artigiani e commercianti che lavorano per favorire la riscoperta e la valorizzazione dell’intero distretto, tra cui naturalmente i prodotti enogastronomici. Nel 2004 il vitigno è stato iscritto al catalogo nazionale delle varietà con il nome di Savignon Rosso o Centesimino. Oggi le aziende che curano col proprio lavoro questa nicchia enologica sono una decina.