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Wine Consultant

Il “taglio del territorio”: quando a infastidire non è il blend ma chi lo fa.

Il “taglio del territorio”: quando a infastidire non è il blend ma chi lo fa.

Con le righe che seguono desidero chiarire un po’ di cose che sempre più spesso si sentono e si vedono senza ragione di essere.
Lo spunto è dato da una serie di manifestazioni cui ultimamente ho preso parte e alcune mail che mi sono arrivate quasi tutte con lo stesso quesito: è giusto tagliare il vino?
Cominciamo col fare chiarezza sulla continua diatriba tra i sostenitori del “vino tagliato”, “blendizzato”, rimescolato in mille modi e il vino di territorio vinificato in purezza. Un vero e proprio cruccio per gli appassionati che a volte mi scrivono “accorate” mail a difesa del territorio.
A volte vi trovo un po’ noiosi e anche ridicoli perché dimostrate di non sapere come si dovrebbe difendere un territorio. Sembra che tutto debba passare dal blend o dalla purezza assoluta e non vedete che nel mezzo di queste due teorie c’è il fosso dell’analfabetismo enoico dove cadete quasi sempre.
Spesso ho espresso la mia opinione su quest’argomento, un po’ sciocco se vogliamo, che attanaglia gli appassionati che sovente si trovano spiazzati di fronte a due produttori che elencano le meraviglie del taglio o del territorio. È ora di finirla con queste prese di posizione sul vino piuttosto che un altro.
Serve un po’ di disincanto nel mondo del vino.
Il blend, chiarisco, è un’arte spesso nemmeno in possesso degli enologi.
L’enologo fa il vino ma per fare un blend di successo a misura di mercato o di qualsiasi altra tendenza che può essere anche lo stile del produttore serve naso, palato e grande sensibilità.
L’enologo e chi fa la “mescola” non sempre sono la stessa persona. Il blend va visto per certi versi come un quadro, una composizione musicale che cerca l’armonia nelle sfumature delle tinte e nel concerto delle sue note. Un romanzo con un preciso ordine di parole, una sintassi fatta di profumi e gusti coordinati dalla esperienza e sensibilità personale.
Lo scopo di tagliare il vino è un’operazione antichissima, naturale, come il frutto stesso della vite, e ha diversi scopi. Si taglia il vino quando si vuole creare un prodotto che possa piacere a un certo mercato. Vini morbidi e suadenti possono essere confezionati utilizzando uve adeguate in grado di regalare questo tipo di sensazione. Si mescolano i vini quando si vogliono nascondere i difetti o, ancora, si pratica l’arte del blend, per creare un vino dal particolare carattere e in grado di emozionare al primo sorso.
L’esempio di blend famosi vanno dal Sassicaia al Tignanello, dall’Ornellaia al Solaia. Vini che rappresentano un esercizio di stile e dove a essere miscelate non sono solo le masse vinose ma anche la provenienza delle uve giacché ogni appezzamento all’interno dell’azienda dona sfumature diverse. Questa è arte e vera competenza. Esempi di blend li abbiamo anche ad altri livelli. Pensate a un Amarone dove si mescolano uve autoctone e a volte anche piccole percentuali d’internazionali.
Il taglio però diventa presa per i fondelli nel momento in cui il produttore a tutti i costi vi vuole far credere che il suo vino è in purezza quando invece rinforzato da altri vitigni.
Facile citare l’esempio del Sangiovese giocato sulle note di un Merlot per renderlo più morbido.
È questo che mi infastidisce: la disonestà intellettuale.
Tecnicamente il blend diventa tale quando a essere mescolato è il 50% del vino come ad esempio quando trovate la metà di Merlot e il rimanente di altre uve. È taglio quando a essere aggiunto è solo un 15% del totale del vino. Un Sangiovese tagliato con un 15% di Merlot concesso da disciplinare non può essere considerato blend, anche se in realtà lo è. Un confine sottile, facilmente superabile da qualunque produttore e anche molto discutibile. Sempre più spesso vedo superare il minimo concesso dal disciplinare a vantaggio di performance cui il vino piega la propria origine a svantaggio del consumatore che beve una cosa per un’altra. Si tratta di disonestà intellettuale deviata da una pratica oramai purtroppo normale.
Ma sia chiaro una volta per tutte, che tagliare o rimescolare vini per raggiungere uno scopo non è il male se tutto è fatto alla luce del sole. Alla fine il vino deve essere buono, nulla di più.