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Un pensiero su Hong Kong

01/02/2017

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Uno sguardo a un quadro comprato in un mercatino di “Mong Kok”, in un momento di pausa che io e alcuni produttori di vino amici ci siamo concessi, mi riporta a ripensare al mio ultimo viaggio a Hong-Kong in occasione della “HK Wine Fair 2016”. Appuntamento a cui, negli ultimi anni, non manco mai.
Anche quest’anno ero col mio stand insieme al mio esportatore “PapaWine” che in Asia vanta vent’anni di esperienza in ambito commerciale. Molte cose che non hanno a che fare col mondo del vino, le ho imparate proprio da loro.
Ripenso alla Fiera, alle persone incontrate, alle difficoltà e alle soddisfazioni ricevute. Questa Fiera è stata durissima non c’è dubbio.
Sviluppare relazioni commerciali in Asia non è certo facile: o sei davvero presente o sei fuori dai giochi. I Cinesi non si fidano degli Italiani, lo sapevate? È un paradosso, lo so, ma non hanno nemmeno tutti i torti a pensarci bene. Tutto sommato, gli Italiani si sono comportati come i soliti furbetti di quartiere: “siamo Italiani, i nostri vini sono buoni, pensa al “Made in Italy”.
Tempo qualche anno e i Cinesi hanno capito che si trattava di vini ossidati, con problemi, comunque pessimi e per giunta comprati a caro prezzo. Pena: fuori dalle balle e avanti gli altri.
I Francesi sfruttano la loro “grandeur” e di certo anche tra loro ci saranno le mele marce ma il vizio italiano di tirare la sola non ha eguali. L’ho visto tante volte nelle fiere in Asia. Ho visto produttori più soddisfatti di essersi liberati di un pallet di vino che di costruire rapporti commerciali seri cosa, tra l’altro, difficilissima in Asia. Ognuno fa quello che vuole, intendiamoci, però credo che tutto questo non faccia bene al sistema “Made in Italy”. Fermo restando che un sistema in Italia non c’è.
I Francesi fanno gruppo, per non parlare degli Spagnoli, vere e proprie macchine del marketing, o dei Cileni il cui governo si è mosso per creare accordi bilaterali per avere sgravi fiscali anche sui vini. Nazioni queste che pubblicizzano attraverso i loro organi istituzionali vino e gastronomia. Non a caso i vini più venduti sono francesi, spagnoli e cileni.
Se sei italiano, non hai vita facile. Devi fare tutto da solo.
Non c’è nessuno che fa pubblicità ai prodotti italiani. Lo devi fare tu da solo.
Sono diversi anni che io organizzo momenti di cultura del vino italiano con giornalisti e operatori di settore. La cosa bella è vedere come rimangono affascinati quando assaggiano i vini e gli si spiega come sono le cose a “casa nostra”. Perfino i famigerati “master del vino” di scuola inglese con cui spesso ho a che fare per lavoro, rimangono rapiti dalla bontà dei nostri vini, dai vitigni autoctoni e dalle sfumature del nostro territorio. Certo, occorre spiegare tutto, per fare in modo che giudichino in maniera corretta. Diversamente rischiate paragoni con un Sangiovese di Romagna e un Brunello toscano.
Ci vuole pazienza, denaro da investire e tanta onestà intellettuale. Ecco, credo proprio che delle volte manchi onestà intellettuale.
I produttori di vino italiani, all’estero, danno impressione di non avere coscienza della dimensione del mercato dove si trovano. Siamo in un mercato globale, dove basta un “click” per sapere tutto di te. Un Cinese ci mette due secondi per capire se il prezzo cui proponi il tuo vino è onesto oppure no. Il problema, è che il mondo del vino è sì un mercato commerciale ma è un mercato fatto spesso di contadini.

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