Mondo vino

Il ricordo di un grande vino bianco chiamato Verdicchio

14/04/2016

Si dice che un grande vino per essere tale debba avere tre caratteristiche.
Prima di tutto, deve essere riconoscibile, longevo e capace di migliorare nel tempo.
Molti credono che questa sia una regola solo per i vini rossi.
Se poi volessimo fare una riflessione del genere sui bianchi, a parte strabuzzare gli occhi, i più comincerebbero a pensare a qualche etichetta francese.
Eppure, se la memoria non m’inganna, anche tra le produzioni di casa nostra, c’era qualcosa di simile.
Chi di voi si ricorda degli studi fatti tanto tempo fa su un vitigno che dava vita a un vino che aveva caratteristiche tali da poter essere considerato tra i grandi vini anche se bianco? Mi spiace notare oggi come non si faccia attenzione a vitigni come quello cui intendo tra queste righe, eppure in passato molti esperti lo vantavano tra le proprie conoscenze enologiche, assaggiavano annate passate tra espressioni compiaciute e previsioni per gli anni futuri.
Insomma, il Verdicchio era l’oro giallo nel bicchiere su cui molti produttori scommisero salvo poi rimanere traditi, si fa per dire, da nuove esigenze di mercato, da esperti innamorati di un nuovo e più sfavillante vino.
Quindici anni fa, ricordo, facevo verticali straordinarie di questo vino rimanendo sbalordito nel notare come annate vecchie di dieci anni avevano un portamento nobile al palato e ancora affascinavano al naso. Poi, non ancora soddisfatto, scalavo il tempo cercando annate ancora più vecchie spingendomi, quindici, vent’anni più indietro grazie alle annate storiche di produttori appassionati che ben sapevano con quale vitigno avevano a che fare. Rimasi colpito nel notare, al di là delle problematiche derivanti dell’annata e di una lavorazione non accorta per l’epoca, dei ricordi che nascevano nell’assaggiare alcune, appunto, vecchie annate che mi riportavano alla memoria i Riesling nelle versioni più “pietrose” e “oleose”.
A molti sembrerà strano ma sono sicuro che, invece, ai degustatori, ahimè, più vecchi o comunque non di primo pelo la memoria sta facendo riaffiorare antichi ricordi legati a questo vino che ha avuto in Italia e all’estero un successo non indifferente.
La gente lo chiedeva nei locali e i grandi importatori esteri erano in difficoltà perché non erano in grado di soddisfare le richieste.

Poi tutto finì in una bolla etilica e il mito del Verdicchio terminò cominciando di contro una discesa inesorabile verso il dimenticatoio. Qualcuno cercò di salvarlo facendo notare la longevità, la bontà, la struttura, la possibilità di vinificarlo in un modo piuttosto che un altro ma oramai era troppo tardi. Esperti, appassionati ed enologi lo ripudiarono completamente. Non mi sono mai spiegato il perché di questo voltafaccia generale io il Verdicchio l’ho sempre amato, apprezzato e per me resta uno dei bianchi di riferimento del nostro patrimonio enologico qualora si cercasse un vino bianco con struttura, longevità e grandi profumi.
Io il Verdicchio, sia chiaro, non l’ho mai tradito. Chiarito questo, facciamo un po’ di ordine. Fermo restando che io non credo alla teoria dei grandi vini e che non mi emoziono più come una volta, nel senso che non mi “straccio le vesti”, quando trovo un vino davvero eccellente, penso che se un cosiddetto “grande vino” dovesse avere anche un passato importante, il verdicchio avrebbe comunque tutte le carte in regola.

La storia del verdicchio affonda le radici in tempi molto antichi.
Conosciuto già al tempo dei Romani, perfino i Barbari invasori della penisola erano a conoscenza della sua bontà. Leggenda vuole che Alarico, re dei Visigoti, ne facesse scorta durante le sue scorribande verso Roma.
Documenti storici testimoniano come già prima del 1800 la coltivazione di questo vitigno era organizzata nel territorio marchigiano in maniera sistematica ed è a partire dalla metà dello stesso secolo che si può cominciare a parlare di qualità nella produzione.

Le ricerche sul vitigno

Le vere ricerche sul vitigno, le prime attenzioni scientifiche, cominciano seriamente a esserci dalla metà del IX secolo.
Grazie anche e soprattutto a Ubaldo Rosi famoso per le sue teorie riguardo la spumantizzazione dove il verdicchio era principale protagonista. Il verdicchio inizia da quel momento ad attirare l’attenzione non solo di Rosi ma anche di altri esperti dell’epoca che cominciano a sperimentare il vitigno in vari modi e a capire le influenze del territorio per individuare le varie sfumature. Grazie a tutte queste attenzioni, negli anni a seguire si dà, forse anche involontariamente, una collocazione precisa di mercato cui tutto il processo scientifico di quasi un secolo ha solo portato benefici al vitigno e al vino stesso e nel dopo guerra il verdicchio sempre più guadagnava spazio nelle tavole della gente.

Il Verdicchio è un vitigno di probabile origine veneta, portato dai coloni veneti che alla fine del 1400 si trasferirono nelle Marche per sfuggire a un’epidemia di peste. Analisi sul DNA rivelano una parentela stretta con il trebbiano di Soave e il trebbiano di Lugana. Il disciplinare permette un 15% di uve diverse ma è sempre più comune la vinificazione al 100% da parte di quei produttori che cercano qualità e originalità cercando così di legare la propria produzione alla zona di origine.
Qualcuno dice che le caratteristiche di questo vino sono legate al territorio ma in realtà si stanno facendo ancora studi in merito allo sviluppo di micro zone. In generale riconoscete il verdicchio per via delle sfumature verdoline da cui il nome del vitigno. Il vino è fresco con profili olfattivi complessi e con profumi che variano dal floreale al fruttato con un tocco tropicale, soprattutto nella zona di Jesi. Si nota una fine mineralità intrecciata a sentori di erbe aromatiche mentre, al palato, troverete il tipico ammandorlato e il finale sapido. 

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi lo trovate nelle versioni Classico, Classico Superiore, Classico Riserva e Riserva. Con il termine “Classico” s’indica quando prodotto all’interno dell’area più antica, quella di Jesi e comuni limitrofi in provincia di Ancona e in parte di Macerata. Il Superiore deve avere gradazione minima di dodici gradi alcolici mentre, riserva, è il verdicchio con diciotto mesi d’invecchiamento cui almeno sei in bottiglia. Lo stesso vino lo troviamo nella versione passito, spumante e spumante riserva con nove mesi di permanenza sulle fecce. Troverete la dicitura docg, denominazione di origine controllata e garantita, nel verdicchio di Jesi nella versione “Riserva Classico”.

La raccomandazione per chi ama o vuole approfondire questo vitigno è di non perdervi il Verdicchio di Matelica. Sempre vissuto all’ombra del più famoso Jesi, qui il verdicchio regala sensazioni diverse. Comincia a farsi notare grazie al lavoro di molti produttori ed enologi decisi a caratterizzare vino e territorio. Se prima il vino imbottigliato a Matelica era un vendicchio vittima di tagli “svuota cantine”, verso gli anni ’90 cominciano a trovarsi bottiglie che raccolgono l’interesse della critica. Oggi nella produzione di Matelica potete trovare verdicchio che nulla hanno da invidiare né alle produzioni di Jesi né a tanti altri vini bianchi della nostra penisola. Da notare che anche in questo caso abbiamo una docg: “Verdicchio di Matelica Riserva”, che arriva nel 2009.

Spesso nel mondo Verdicchio, si punta il dito contro “Fazi Battaglia” azienda che nasceva negli anni ’50 a Cupramontana.
L’imprenditore Francesco Angelini, decise di puntare su questo vino all’epoca ancora sconosciuto. Ancora oggi riconoscete il suo vino dalla bottiglia verde a forma di anfora disegnata dall’architetto Antonio Maiocchi.
A lui va il merito, checché si dica, di aver diffuso il nome di questo vino nel mondo dato lo spirito imprenditoriale che possedeva.
Grazie ad Angelini, molti altri produttori di vino si sono arricchiti seguendo la scia a favore del verdicchio. Che poi tutti quanti i produttori abbiano invaso il mercato, dagli anni ’60 per vent’anni, con verdicchio annacquato dalle grandi produzioni è storia ma non puntate il dito su questa azienda perché alla fine, faccio notare, che Fazi Battaglia ancora esiste e detiene una importante fetta di mercato, tutti gli altri, i compagnoni degli anni ’60 non esistono più.
Chi ha orecchie per intendere…

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