Mondo vino

Secoli di storia raccolti in una goccia di vino Marsala

28/04/2016

Se c’è un vino vanto della nostra enologia di cui si è persa memoria nel consumatore, è il Marsala, strepitoso vino utile ai più diversi abbinamenti.
Mi rendo conto, però, che questa tipologia di vino non è per il consumatore occasionale, quello d’assalto per intenderci, quello che cerca i vini morbidi, fruttati o che ricerca chissà cosa vittima delle proprie masturbazioni mentali cui spesso, chi s’interessa di vino, mostra.

Molti di voi conosceranno la storia di John Woodhouse capitano d’avventura della marina inglese che sbarcato in Sicilia trova questo vino “bello e fatto” che piacque subito agli inglesi. Da lì in poi la diffusione a livello mondiale del vino Marsala.
Questa è la storiella che di solito si racconta, in realtà, i fatti, andarono in modo diverso.
John Woodhouse, era un commerciante inglese, e già questo cambia di molto la visione delle cose, che verso la seconda metà del settecento sbarcò in Sicilia perché interessato alla “barrilla” un prodotto che si otteneva dalla combustione di alghe e salicornia e che serviva per produrre la soda a sua volta utilizzata per creare vetro e sapone.
Il nostro John nemmeno era a conoscenza che i siciliani già da tempo bevevano questo vino parente del “mamertino” citato da Plinio e del “Nepente” amato da greci e fenici. E non voglio nemmeno citare il pittore Paolo Rubens che durante un viaggio in Italia nel 1600 già faceva cenno a quel particolare vino siciliano del quale si riempì la dispensa di casa e lo preferì perfino agli alcolici vini spagnoli dell’epoca.
Ma il nostro commerciante inglese era un forte bevitore o, come diremmo oggi, un attento degustatore, che ben conosceva il gusto dei suoi connazionali e quando in un’osteria del porto di Trapani s’imbatté in un bicchiere di vino ne intuì le potenzialità commerciali perché molto gli ricordava i forti vini di Madera e i vigorosi vini iberici al cui gusto gli inglesi erano già avvezzi. Decise di fare un esperimento e di imbarcare insieme alla “barrilla” pochi fusti di questo vino per fare una prova di mercato. Il timore di John, però, era che il mese di viaggio necessario perché la nave raggiungesse l’Inghilterra rovinasse il vino.
Per questo decise all’ultimo momento di aggiungere una parte di alcol per preservare il vino stesso.

A questo punto molti sono quelli che scrivono che aggiunse il 2% anche se l’inglese si limitò a colmare gli spazi vuoti nelle botti con qualche frazione di alcool.
Forse ne aggiunse molto di più perché all’epoca era uso farlo e abbondare. Dubito anche, per le vinificazioni dell’epoca che un 2% fosse sufficiente per preservare un’intera botte. È un dubbio che personalmente mi pongo.
Comunque sia, la cosa certa è che in quel momento nasce una versione liquorosa di quel “misterioso” vino siciliano. Dal momento che Woodhouse era un ottimo commerciante non disse che il vino era, appunto, siciliano e gli inglesi nel berlo lo scambiarono per un famoso vino portoghese.
Fortuna volle che i fedeli della Regina lo apprezzarono subito diventandone golosi.
A quel punto John Woodhouse aveva un altro problema: preservare il suo business e consolidarlo con una produzione che solo lui poteva mettere in atto a scapito di un’eventuale e futura concorrenza.
Per questo naviga immediatamente verso Malaga per carpire i segreti della produzione dei vini fortificati.

Perché il fortunato commerciante decise di mantenere i suoi affari in Sicilia?
Il vino costava poco perché ai contadini dell’isola erano interessati per lo più alla produzione di olio di oliva e non al vino. Di conseguenza Woodhouse si trovò di fronte a una materia prima di poco costo, che doveva solo migliorare e di cui avrebbe avuto il monopolio. Era in grado così di battere i colleghi che importavano altri due grandi vini che hanno fatto la storia alcolica dell’Inghilterra: il “porto” e lo “sherry” nome inglese dello “Jerez” spagnolo.
Gli anni successivi l’intraprendente britannico si dedicò alla produzione di Marsala con l’aiuto di una donna di Madera cui era legato sentimentalmente e che proveniva da una famiglia di vinificatori. Il sigillo al successo del Marsala venne posto con la firma del contratto siglato con la marina britannica che sostituì definitivamente l’approvvigionamento di Rhum e Madera a vantaggio del solo Marsala.
Era il 1800 e John Woodhouse aveva, così, consolidato definitivamente il suo percorso commerciale diffondendo il Marsala in tutta Europa e diventando tra gli uomini più ricchi del momento.
Chiamatelo scemo.

Quando si parla di Marsala non trascurate mai le figure di Benjamin Ingham e Vincenzo Florio.

Se grazie a Woodhouse il Marsala si è diffuso in Europa è per merito di Benjamin Ingham che lo stesso vino si diffonde in tutto il mondo.
Benjamin era conosciuto per essere in grado di sfruttare le idee degli altri portando, però, migliorie. Era un commerciante tessile che vedendo il successo del Marsala in Inghilterra decise di tentare secondo una strategia improntata alla qualità. Si preoccupava della formazione dei suoi agricoltori lasciando loro precise istruzioni sulla gestione dei vigneti e della cantina, fornendo veri e propri decaloghi da seguire con attenzione.
Prese a stagionare i legni a fare le doghe e a costruire direttamente nel proprio baglio le botti per mano di artigiani che lavoravano solo per lui garantendo la qualità di ogni singolo contenitore. Organizzò, perfino, un distillatore per produrre la propria acquavite, il distillato che sarebbe servito per fortificare il Marsala.
Cosa ancora più importante, fu l’uomo che importò il metodo “soleras” dalla Spagna e che diffuse questo vino in tutto il mondo.

Se Ingham era astuto, nulla era confronto a Vincenzo Florio.
Originario della Calabria, approda in Sicilia e decide di mettersi in mezzo agli affari dei due inglesi che gestivano di fatto il mercato del Marsala e costruì la propria azienda in un piccolo appezzamento di terreno proprio tra gli stabilimenti di Woodhouse e Ingham.
Florio, era un uomo d’affari in grado di guadagnare da qualsiasi cosa. I suoi mercati erano diversi, costruì una fonderia, un’attività di pesca dei tonni, una fabbrica di ceramiche fino ad arrivare a creare una flotta di battelli. Un genio degli affari che per prima cosa manda a lavorare nelle aziende di Woodhouse e Ingham uomini fidati per capire i segreti dei vari processi di lavorazione.
In breve tempo con la forza della sua flotta Florio divenne leader di mercato costringendo lo stesso Ingham a cedergli l’azienda. Florio, a quel punto, abbatté i muri dei confini delle due aziende per farne una ancora più grande. Oggi, quest’azienda tanto è punto di riferimento che dire Florio è sinonimo di Marsala.
Inutile dire che Florio negli anni ha portato migliorie alla produzione del Marsala stesso.

Il metodo

Che il Marsala si faccia in Sicilia oramai lo sanno tutti, che prenda il nome dalla omonima cittadina cui nome deriva dall’arabo “Marsà Allah” – Porto di Allah- è per lo più chiaro ma forse non tutti sanno, invece, che siamo di fronte a un vino fortificato che nulla ha da temere se paragonato ai grandi fortificati vini spagnoli.
Per i meno avvezzi, fortificare un vino significa aggiungere una parte di alcool, acquavite di vino, che oltre ad aumentare il grado alcolico, ne preserva la bontà, identifica e sottolinea determinate caratteristiche ed evita rifermentazioni degli eventuali zuccheri presenti. Una volta creata la base vinosa il Marsala per essere chiamato tale prende strade diverse di produzione. Molti i travasi fatti all’aria volutamente per creare le grandi ossidazioni tipiche del vino.
Escludendo le tipologie più semplici di Marsala, quelle destinate alla grande distribuzione o ai circuiti delle preparazioni dolciarie, avremo i “Vergini” e i “Conciati”. Nei primi si aggiunge l’alcool nei secondi il “mosto cotto” utile per caratterizzare aromi e colore del vino. Per certi Marsala dolci si utilizza il “sifone” ottenuto da mosto d’uva tardiva, aggiunto di alcool, che dona dolcezza e particolari profumi “terziari”. Il metodo “soleras”, invece, consiste nell’aggiungere vino dell’annata nuova a quelle precedenti. Le “bottaie” sono poste a forma di piramide. Nelle botticelle più in alto è contenuto vino giovane mentre, in quelle sottostanti, quello delle annate precedenti. Semplificando succede quanto segue. La base è rappresentata da botti che contengono vino più vecchio che una volta spillato è imbottigliato. La parte prelavata è sostituita con il vino delle botti subito sopra e così via fino ad arrivare all’apice.
Immaginate una specie d’operazione a caduta dove 1/3 di vino spillato è sostituito nella stessa misura dalle annate precedenti.
Il sistema fu quello importato da “Ingham” e lo imparò dagli spagnoli. Ogni azienda, inoltre, organizza i “legni” di ogni bottaia in modo da creare un gioco di sfumature a ogni passaggio.
Il risultato finale è un Marsala di estrema finezza e complessità. Il “mondo Marsala” non è facile da comprendere subito. I passaggi e le sfumature del processo di vinificazione sono tanti e diversi.
Le persone che di Marsala s’intendono, si contano sulla punta di una mano se escludiamo chi lo produce. In realtà il Marsala è un vino difficilissimo, se davvero lo si vuole capire nella sua totalità.
Non disperate, assaggiarlo vi aiuterà a capirlo e a stimolare la vostra curiosità per approfondire l’argomento.

Sintetizziamo le diverse diciture che potremmo trovare in un’etichetta di Marsala

Fine: un anno d’invecchiamento.
Superiore: due anni d’invecchiamento.
Superiore Riserva: quattro anni d’invecchiamento.

I Vergini che storicamente nascono dall’idea inglese del vino liquoroso su modello spagnolo,  nascono dall’alcolizzazione delle basi vinose fino ai 19 gradi alcolici e affinamento in legno per cinque o dieci anni almeno. Per questo in etichette leggerete.

Marsala vergine o Soleras: invecchiato almeno cinque anni.
Marsala Soleras Riserva o stravecchio: invecchiamento di almeno dieci anni.

A questi si aggiunge una successiva classificazione

Oro: ottenuto da uve a bacca bianca.
Ambra: da uve a bacca bianca ma con aggiunta di mosto cotto.
Rubino: da uve a bacca nera con eventuale aggiunta massima del 30% di uve a bacca bianca.

Sigle storiche

I.P: indica Italia Particolare.
S.O.M: Superior Old Marsala
G.D: Garibaldi Dolce.
L.P: London Particular.

L’indicazione “secco”, indica un vino con meno di 40 grammi/litro; “semisecco” tra i 40 ed i 100 grammi/litro e “dolce” se si supera i 100. 

Vitigni utilizzati:

Marsala oro e ambra: Grillo, Catarratto, Inzolia, Damaschino.
Marsala rubino: Pignatello, Nero D’Avola, Nerello Mascalese

0
0 likes